Particolari sul matrimonio di Caterina Sforza

Particolari sul matrimonio di Caterina Sforza

Il 17 gennaio 1473, nelle stanze del potere milanese, si compì un atto destinato ad avere un forte significato politico oltre che dinastico: il matrimonio tra Caterina Sforza e Girolamo Riario, nipote del papa. Caterina era allora una bambina di appena dieci anni, figlia naturale di Galeazzo Maria Sforza, e come molte donne del suo tempo veniva inserita, fin dall’infanzia, nei disegni politici della famiglia. 

Nel Quattrocento, il matrimonio, e in particolare quello femminile, non rappresentava soltanto un passaggio privato o domestico. Per le grandi casate italiane esso costituiva uno strumento essenziale di alleanza, di equilibrio e di diplomazia. Attraverso le nozze si consolidavano rapporti tra signorie, si rafforzavano legami economici e si costruivano reti di sostegno reciproco che potevano avere conseguenze dirette sul piano politico, territoriale e militare. In questo quadro, la donna di alto lignaggio diventava spesso il tramite concreto attraverso cui si rendevano stabili accordi e intese tra famiglie. 

La cerimonia si svolse di domenica mattina, dopo la messa, nella camera del principe. Si trattò di un atto riservato e solenne, ben diverso da quelle manifestazioni pubbliche e festive che avrebbero accompagnato, alcuni anni più tardi, l’arrivo della sposa a Imola e a Forlì. In quel momento il centro dell’attenzione non era ancora la celebrazione pubblica della signora, ma la definizione formale dell’accordo matrimoniale. 

Alla cerimonia assistette una cerchia scelta di presenti: il duca, la sua consorte e diversi personaggi di rilievo della corte e dell’ambiente ecclesiastico. La qualità dei testimoni presenti mostra con chiarezza l’importanza attribuita a quell’unione, che non era considerata un semplice fatto familiare, ma un passaggio di rilievo per gli equilibri politici del tempo. 

Il documento precisa che il matrimonio fu voluto per «certo et digno rispetto», espressione che rimanda a motivi ritenuti degni, opportuni e di grande peso. Non si trattava dunque soltanto di un legame tra due individui, ma di un’alleanza che inseriva Caterina in una trama politica di primo piano, legando gli Sforza a uno dei parenti più vicini al pontefice. 

In quell’occasione Galeazzo Maria promise per la figlia una dote di diecimila ducati, una cifra notevole, che sarebbe stata versata quando Caterina avesse raggiunto l’età legittima per consumare il matrimonio. L’accordo fu poi formalmente accettato e registrato con regolare istrumento notarile, rogato nello stesso giorno dai notai pavesi Simone Fornaro e Agostino de Gravanago. 

Già in questo episodio iniziale della sua vita pubblica si coglie un tratto che accompagnerà a lungo la vicenda di Caterina Sforza: ancora giovanissima, ella si trovò al centro di decisioni che appartenevano alla grande politica italiana e divenne, fin dall’infanzia, parte delle strategie dinastiche del suo tempo. Fu una condizione comune a molte donne di alto rango, chiamate a incarnare con il proprio matrimonio le ambizioni, le alleanze e le necessità politiche della propria casata.

A fare acqua di Talcho - Experimenti

 


L'arte di abbellire il viso e il corpo affascinava Caterina Sforza tanto quanto le macchinazioni politiche di cui si è resa partecipe nel governo delle sue città. La signora di Forlì e Imola dedicò gran parte della sua vita alla raccolta e alla sperimentazione di ricette di bellezza, mediche e alchemiche, culminando nella stesura di un manoscritto intitolato "Experimenti" di cui abbiamo parlato in un precedente articolo (link).

Nel suo laboratorio, Caterina Sforza non si limitava a preparare rimedi cosmetici e medici. Tra le sue formulazioni, alcune delle quali cifrate, figuravano anche ricette per veleni letali, potenti anestetici e ambiziose trasformazioni alchemiche. Lo scambio di informazioni, suggerimenti e "secreti" con altre corti era intenso, riflettendo l'enorme interesse dell'epoca per questo tipo di conoscenze.

Tra le ricette di bellezza, che sconfinano poi in altri utilizzi, vi vorrei proporre la seguente:

A fare acqua De Talcho.

El Talcho è stella de la terra et ha le scaglie lucide e se trova ne l'isola de ciprj, et il suo colore è simile al cetrino et guardandolo, essendo insieme in massa, dimostra verde et vedendolo verso l'aria dimostra come christallo et a le infrascripte virtu senza le altre che non sonno in libro noctate quale seria el disiderio de li alchimisti saperlo. Prima per fare le donne belle e levarsi omni segno e machia del viso de sorte che se una donna fuse de sesanta annj la fara parere de vinti. La sera quando la donna va a lecto pigli de la mulica del pane e la ponga in acqua necta et la lassa stare a mollo e poi cum dicta mulica bagniata se lavi ben le mani e il viso.  Poi se sciucti bene cum uno panno neto poi pigli un pocho de acqua del dicto Talcho et se la ponga in le palme de la mano et cum esso se fregi e bagni el viso e lassi sciutare de se. Et il simile faccia la matina quando se leva che li farà la carne bella lucida et colorita miracolosamente et li levera omni segnio e machia del viso si como vaiolj, volatiche, panne et omni sorte de segnio che li sia venuto o per infirmita o per altro modo nel viso ancora dicta acqua de talcho o vero polvere de esso chi ne bevesse in vino biancho guarisse uno che fusse avenenato et chi in quel giorno ne havesse preso in vino biancho sera sicuro de veneno et de omni morbo e peste ancora chi havesse per le guaste et bructe et le ponera in uno filo una destante da l'altra et le ponera in dicta acqua per una hora e poi per una hora al sole et come seranno bene asciucte tornale a nectare in dicta acqua et cusi seguitando quanto pare a te veneranno de belleza maravigliosa et augumentate de bell ed de groseza. Per non essere le altre sue virtu notate in dicto originale lassarò in questo volume lo spatio a causa si mai persona arivasse a questa cognitione si degni comunicarlo perchè e mortale peccato tenere nascosto tanto tesoro.Ancora se fa mentione che dicta acqua fa de lo argento oro et de le zoie false le fa perfecte et fine.

Traduzione:

A fare acqua di Talcho

"Il Talcho è la stella della terra e ha scaglie lucide. Si trova nell'isola di Cipro e il suo colore è simile al limone. Quando lo si osserva in massa, appare verde, ma guardandolo verso la luce, sembra cristallo. Ha le seguenti virtù, oltre a molte altre non menzionate in questo libro, che ogni alchimista vorrebbe conoscere.

Prima di tutto, rende belle le donne e rimuove ogni segno e macchia dal viso, tanto che una donna di sessant'anni sembrerà di venti. 
La sera, quando la donna va a letto, prenda della mollica di pane, la metta in acqua pura e la lasci ammollo. Poi, con la mollica bagnata, lavi bene le mani e il viso. Dopo si asciughi con un panno pulito, poi prenda un po' di acqua di Talcho e la metta nelle palme delle mani, quindi massaggi e bagni il viso e lasci asciugare naturalmente. Ripeta la stessa operazione la mattina appena sveglia. Questo renderà la pelle del viso bella, lucida e colorita in modo miracoloso, eliminando ogni segno e macchia come verruche, lentiggini, e qualsiasi altro segno dovuto a malattia o altro. 

Inoltre, l'acqua di Talcho o la sua polvere, se bevuta con vino bianco, può guarire chi è stato avvelenato e, se presa quel giorno, protegge da veleno e da ogni malattia e peste. 

Chi avesse delle perle rovinate e brutte, mettendole su un filo distanziate l'una dall'altra e poi immergendole in questa acqua per un'ora, e poi lasciandole al sole per un'ora, vedrà che, una volta asciutte, ripetendo l'operazione, le perle diventeranno di una bellezza straordinaria, aumentando anche in lucentezza e grandezza. 

Poiché le altre virtù del Talcho non sono annotate nel documento originale lascerò spazio in questo volume affinché chiunque arrivi a questa conoscenza possa condividerla, poiché è un peccato mortale tenere nascosto un tale tesoro. Inoltre, si dice che questa acqua possa trasformare l'argento in oro e rendere perfette e genuine le gemme false."

Caterina Sforza, con il suo "Experimenti", ha lasciato un'eredità che va oltre il suo tempo, testimoniando la fusione tra scienza, bellezza e magia nel Rinascimento. Una finestra sul pensiero di un'epoca in cui il confine tra scienza e magia era sottile e permeabile.


Eugenio Larosa 

I due volti di Caterina Sforza: Intervista


Sul blog Il Palazzo di Sichelgaita è stata pubblicata un’intervista a Eugenio Larosa dedicata a Caterina Sforza, affascinante e complessa figura del Rinascimento italiano.

L’intervista affronta il tema dei “due volti” di Caterina Sforza: da un lato la donna di potere, protagonista della politica romagnola tra Quattrocento e Cinquecento; dall’altro la signora colta, legata alla cultura di corte, alla medicina, alla cosmesi, agli experimenta e alla vita materiale del suo tempo.

Un dialogo che permette di andare oltre l’immagine leggendaria della “Tigre di Forlì”, restituendo Caterina Sforza alla complessità storica, politica e culturale del Rinascimento.

Leggi l’intervista completa:

https://ilpalazzodisichelgaita.wordpress.com/2023/05/16/i-due-volti-di-caterina-sforza/

Tra Passato e Presente: Forlì celebra la riapertura della Rocca di Caterina Sforza


Un pezzo di storia torna a risplendere a Forlì con la riapertura della maestosa Rocca di Ravaldino. 

Dopo anni di chiusura, il 13 aprile prossimo segnerà un momento memorabile per la città grazie a un ambizioso progetto di restauro conservativo .

L'iniziativa, promossa dal Comune di Forlì, ha reso possibile non solo la riapertura della Rocca, ma anche l'organizzazione di una giornata speciale dedicata alla storia, all'animazione e alle rievocazioni storiche. A curare gli eventi saranno le tre associazioni culturali locali: Famaleonis, Drago Scuro e Rosa dei Venti.

La Rocca di Ravaldino, conosciuta anche come "Rocca di Caterina Sforza", si prepara così ad accogliere i visitatori in un'atmosfera di festa e intrattenimento, offrendo loro l'opportunità di immergersi nel passato e rivivere le gesta dei personaggi che hanno animato la sua storia.

L'intervento di restauro non solo restituirà alla città uno dei suoi monumenti più significativi, ma rappresenterà anche un momento di celebrazione della cultura e della tradizione locale. Sarà un'occasione imperdibile per i residenti e i visitatori di Forlì di esplorare la storia e l'arte che caratterizzano questa affascinante città emiliana.




Bona di Savoia e il destino di Caterina Sforza

 



Il 26 dicembre 1476, il Duca Galeazzo Maria Sforza muore assassinato nella Basilica di Santo Stefano Maggiore a Milano, a soli 33 anni. Il figlio, il giovane Gian Galeazzo Maria, di appena 7 anni, gli succede come sesto duca di Milano, posto sotto la tutela della madre Bona di Savoia, con il sostegno del potente consigliere ducale Cicco Simonetta. Nonostante la tragedia, la politica milanese prosegue senza sosta. Il 29 gennaio, appena un mese dopo la morte del marito, Bona invia una lettera a Girolamo Riario confermando gli impegni presi da Galeazzo Maria per il matrimonio con la giovane Caterina Sforza e ratificando la dote promessa.

Di seguito il testo della missiva inviata, oggi conservata a Milano presso l'Archivio di Stato (Registro Ducale n. 133)

“Benche la fortuna habia facto contro de noi grandissimo impeto. Nondimanco la divina misericordia ne ha talmente conservati che de le cose nostre ne possemo reposare el damno ad voj Insieme con noy e stato commune. Et così sera comune ancora omne nostri bene perche ve haveremo sempre non solamente per bon genero et parente. Ma ancora per fiolo et fratello la magnifica vostra Consorte et la dote e ad vostra requesta et arbitrio como più ad pieno. Intendera dal venerabile Arcepreyte da Varcio el quale ve recoman damo .
Datum Mediolani 
die XXVIIII Januarii 1477 
Per Antignanum
CICHUS”

Di seguito una trascrizione quasi letterale:

“Nonostante la fortuna ci abbia colpito duramente, la divina misericordia ci ha preservato in modo che possiamo riporre le nostre speranze nei nostri affari. La nostra perdita è stata condivisa insieme, e così saranno condivisi tutti i nostri beni, poiché li avremo sempre non solo per un buon genero e parente, ma anche per un figlio e un fratello nella magnifica vostra consorte. La dote è a vostra disposizione secondo la vostra richiesta e discrezione, come potrete più pienamente intendere da Monsignore Arceprete da Varzi, a cui vi raccomandiamo.
Milano, il 29 gennaio 1477. 
Per Antignano 
Cicco.”

Il monsignore a cui Bona di Savoia fa riferimento come garante delle sue affermazioni potrebbe essere Giovanni Antonio da Busseto, arciprete di S. Germano di Varzi. Egli ricopriva importanti ruoli ecclesiastici, essendo protonotaio apostolico, collettore e commissario della camera apostolica milanese, nonché un potente referente pontificio in Lombardia.


Ricerca Storica e Articolo di Eugenio Larosa https://www.enionline.it/